Eudeamon

Da dove nasce l’idea dei banesuit di Marine Kelley? La risposta in un romanzo straordinario, scritto da una bambola malefica e a tutt’oggi mai pubblicato su carta.

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Il fatto che Internet sia un mezzo di comunicazione praticamente senza filtri è un’arma a doppio taglio: chiunque può facilmente pubblicare qualsiasi cosa senza censure preventive o filtri di sorta… però ciò significa anche che per trovare qualcosa di valido da leggere occorre sciropparsi pagine e pagine e pagine di roba pessima, scritta male, priva del benché minimo interesse. I siti di aspiranti scrittori che propinano le proprie modeste creazioni pullulano in qualsiasi lingua e, in genere, un romanzo disponibile solo in versione elettronica è meglio affrontarlo con beneficio di inventario.

“Eudeamon” è una delle rare, felicissime eccezioni a questa regola. Scritto nel 2005, è rimasto a tutt’oggi disponibile soltanto comeb9191461ffac56a94f1085ec55f35ba4.jpg file Word liberamente scaricabile dal suo sito internet, e credo che non l’avrei mai scoperto se la sua lettura non avesse affascinato Marine Kelley al punto da indurla a creare, per la sua linea di accessori BDSM per Second Life, quei diabolici banesuit di cui proprio in questi giorni sono la vittima volontaria. Ho scambiato qualche mail con l’autrice, che sta pensando di stamparne qualche copia a sue spese, affinché gli amici che l’hanno apprezzato possano averne una copia cartacea. Ma trovo stupefacente che nessun editore si sia ancora fatto avanti per assicurarsene i diritti, perché si tratta di un romanzo avvincente ed emozionante, narrativamente ben strutturato e, nel complesso, scritto meglio di tanta roba che si trova in commercio.

Il genere di appartenenza di “Eudeamon” è la fantascienza – quella vera, che parte da una premessa irreale ma plausibile per poi svilupparla in modo razionale esplorandone le logiche conseguenze. Ed è una fantascienza che combina la lucidità sociologica (e la capacità affabulatoria) di maestri come Frederick Pohl o Robert Sheckley con i temi cari ai pionieri del cyberpunk, da William Gibson a Neal Stephenson. Sarebbe già più che sufficiente per far drizzare le orecchie a una lettrice appassionata, ma confesso che a destare il mio interesse iniziale sono state le implicazioni feticistiche dell’idea che sta alla base della storia. E che lascerei raccontare direttamente all’autrice, traducendo per te qualche paragrafo chiave. Ascolta:

(…)    L’idea era che i criminali, invece di affollare le celle delle carceri, divenissero le proprie stesse prigioni ambulanti. I Bane, come presto vennero chiamati, erano lasciati liberi di vagare per la città come paria. La cittadinanza era tenuta a ignorarli e a trattarli come se non esistessero. In effetti, una persona poteva essere multata anche solo per aver parlato a un Bane–era una Violazione del Bando.  Nessuno poteva trattare un Bane con gentilezza o crudeltà o anche solo riconoscerli in qualunque modo. Tentare di aiutare un Bane o ospitarne uno era un crimine.
    In un tempo sorprendentemente breve, i primi Bane cessarono a tutti gli effetti di esistere agli occhi della comunità di Eudemonia. Essere messi al bando ed esclusi completamente dalla società era considerata una punizione terribile. I Bane potevano osservare la vita attorno a loro ma non prendervi alcuna parte. Non era loro permesso prendere contatto con i loro amici o con la famiglia.  Non potevano entrare in alcuna struttura, pubblica o privata, che non fosse stata prevista a quello scopo. Sensori di prossimità contenuti in ogni abito li avrebbero puniti se avessero anche solo tentato di entrare in qualche struttura o uscire dalle aree designate. Non era loro consentito nemmeno avvicinarsi troppo ad altri Bane, quindi era loro impossibile offrirsi reciprocamente conforto o compagnia. Essere un Bane significava trovarsi sempre solo nel mezzo di una città operosa.
    A rendere le cose peggiori per i Bane, il Banesuit che erano costretti a indossare li privava dell’identità e anche dell’apparenza umana: il volto nascosto dietro a un casco aderente e senza fattezze, i segni particolari celati dietro a una aderentissima seconda pelle di lattice nero. Fatte salve le differenze di genere, peso e altezza, apparivano tutti identici. Il fatto che la stretta aderenza dell’abito al corpo ne rivelasse ogni dettaglio era considerato un’ulteriore umiliazione, poiché apparivano praticamente nudi. I Banesuit proteggevano i prigionieri dagli elementi, ma si diceva che ne desensibilizzassero la pelle. Oltre al contatto con gli altri venivano loro negate anche le sensazioni del proprio corpo.
    Come parte della punizione, ma anche strumento di riabilitazione, la Ashton Technologies–gli inventori dei Banesuit–utilizzavano i più avanzati computer tecno-organici e la nanorobotica. I Custodians. Attraverso una intelligenza  artificiale semplificata, il computer che ciascun Bane portava con sé dentro al casco aveva accesso in qualche modo alle onde cerebrali del prigioniero. Seguendo un rigido codice di regole, il computer Custodian era in grado di ‘leggere’ i pensieri del soggetto e modificarne la conditta applicando punizioni fisiche. Diventava un secondino personalizzato, costantemente intento a osservare le azioni e le intenzioni di un Bane, ammonendolo o impartendogli punizioni secondo necessità. Questo eliminava la necessità di pagare qualcuno che tenesse traccia di tutti i Bane della città; i Banesuit pensavano a tutto. Il prigioniero non poteva farla franca in alcun modo, per quanto potesse essere attento o attenta. Il Custodian era sempre all’erta. Ed era in grado anche di monitorare i segni vitali per individuare possibili problemi di salute (le cure di emergenza erano il solo contatto umano consentito a un Bane nel corso della detenzione). Ignorati dall’esterno e controllati dall’interno, i Bane restavano con una vita che poteva essere solo un incubo semovente. La loro esistenza era un confino solitario e perpetuo.
(…)

Mi fermo qui. L’idea di questo vestito-trappola, capace di isolarti completamente dal mondo e di avere su di te un controllo praticamente assoluto, mi ha provocato fin dall’inizio un fremito di emozione in tutto il corpo, e inizialmente è stato l’elemento principale che mi ha avvinta al computer a leggere avidamente le 91 pagine di “Eudeamon”. Per giunta, la protagonista è un personaggio in cui mi sono identificata immediatamente: Katrina Nichols è una giornalista morbosamente affascinata dal fenomeno dei bane, e decide di avviare un’inchiesta per verificare se non si tratti di una punizione disumana e ingiusta, utilizzata indebitamente per effettuare illegalmente una sperimentazione scientifica su esseri umani.

Per saperne di più, Katrina ricorre a un espediente tipico di certi classici hollywoodiani degli anni Quaranta sui giornalisti d’assalto: d’accordo col direttore del suo giornale e con un collega, riesce a scambiare la propria identità con una ragazza in procinto di essere condannata per prostituzione e aderisce al programma legale che consente, in cambio di un 30 per cento di riduzione della pena, di optare per il banishment in luogo della tradizionale detenzione. Ma non ha fatto i conti con le caratteristiche veramente infernali del banesuit, di cui nessuno parla mai in pubblico… e che rischiano di trasformare la detenzione in una trappola autenticamente irreversibile.

fca722becca88d54a5819252ed9978ce.jpgDella trama di “Eudeamon” non ti dirò altro, perché l’inventiva perversa dell’autrice non si limita a sviluppare coerentemente la premessa, ma prende ben presto una piega completamente inaspettata e sorprendente che va molto oltre la semplice narrazione. La storia di Katrina è avvincente come un thriller ma, come nei casi migliori di fantascienza maggiorenne, è anche (e, in ultima analisi, soprattutto) uno sguardo lucidissimo su temi universali che hanno a che fare con i nostri desideri e le nostre fantasie, con la nostra percezione della realtà, con la definizione dell’identità, con i mille condizionamenti che ci impediscono di manifestare pubblicamente quello che siamo.

Il fatto che l’autrice sia un transessuale probabilmente la dice lunga su quanto i temi sollevati da “Eudeamon” siano da lei profondamente sentiti: eppure quasi mai si ha la sensazione che il romanzo perda di vista la sua lucidità di sguardo per diventare predicatorio. La possibile lettura metaforica scaturisce naturalmente dal racconto, senza la minima forzatura. E la vicenda mi ha trascinata fino all’ultima pagina attraverso una serie di emozioni che davvero non mi aspettavo di provare con tanta intensità: la paura e il desiderio del bondage, che permea tutta la prima parte, si trasforma in un senso di disperazione e di accettazione della schiavitù, per poi riservare la sorpresa di sviluppi commoventi, pieni di gioia, addirittura esaltanti… ma anche di elaborazione del lutto, desiderio di vendetta, e in ultima analisi solidarietà, amore per il prossimo, desiderio di condividere i doni più straordinari della vita – almeno con chi ha il coraggio di affrontare a viso aperto i propri desideri più segreti.

Non posso davvero dirti altro senza rovinarti l’esperienza. Ma se stai leggendo questo mio diario sospetto fortemente che tu sia il lettore ideale per questo libro. Spero che tu sia in grado di leggerlo in inglese, perché nessuno ancora l’ha tradotto. Lo trovi a questo indirizzo:http://www.evil-dolly.com/Eudeamon.doc

Ti prego, leggilo e fammi sapere cosa ne pensi. Davvero, vorrei discuterne con qualcuno che sa di cosa sto parlando. Magari in un post successivo, destinato solo a chi l’ha già letto e in cui non sia costretta a fare salti mortali per evitare di spoilerare quello che succede.

Buona lettura,

la tua Win

(prossimamente: Pasqua da bane

Eudeamonultima modifica: 2008-03-23T11:05:00+00:00da winthorpe
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4 pensieri su “Eudeamon

  1. Greetings, W – 1007, from your fellow Bane, whose knowledge of Italian is somewhere between poor and none! The pictures however are good. (I am the small one next to your tall figure.)

    Unfortunately you had some bad luck with your timer, but the experience was awesome!

    M – 1010

    Please feel free to translate my comment if you wish!

  2. Dear Moss, thanks for visiting this page. I won’t translate your comment – I assume any Italian reader who has some interest in Second Life will be able to understand you. But I am ready to translate the gist should someone ask. I doubt this blog will ever reach high visit numbers, so I think we can safely keep it bilingual. I loved sharing the experience with you and now that I am out I will use some of the photos you sent me, unless you have something against it. See you in-world, Mossie.

  3. Molte delle persone a cui l’ho fatto leggere mi hanno detto di avere pianto, leggendo “Eudeamon”. Io forse non sono arrivata a sentire le lacrime che sgorgano, ma sicuramente non sono riuscita a smettere fino alla fine. Un libro straordinario, e probabilmente apprezzabile anche da chi, a differenza di noi, sente l’attrazione del lattice, del bondage e della sottomissione. C’è molto, molto di più – a cominciare dall’attrazione per la fantasia e per la possibilità, sempre più concreta, di paradisi artificiali in cui perdersi in modo molto più pericoloso e definitivo di quelli offerti dalle droghe.

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