Cannes 2010: “Chatroom” di Hideo Nakata

Visto che le connessioni wifi della zona e il lavoro mi impediscono quasi sempre anche solo di affacciarmi in-world, torno a occuparmi di cinema con qualche riga su uno dei due film della rassegna che ha qualcosa a che fare con il nostro vizio elettronico.

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Non credo di aver mai visto un film di Hideo Nakata prima di l’altro ieri sera, ma il suo era un nome che conoscevo: nel 1998, con “Ringu”, si è affermato in tutto il mondo come uno degli apripista del nuovo cinema horror giapponese e il suo talento è stato subito esportato – al punto che, dopo che a dirigere il remake statunitense “The Ring” era stato incaricato Gore Verbinski, è stato invece Nakata in persona a firmare “The Ring 2” per il pubblico statunitense.

chatroom_imogen.jpgNon sono particolarmente appassionata di horror, ma a suo tempo mi era capitato di vedere “The Ring” perché parlava di cinema e homevideo. Qualcuno se lo ricorda? Era la storia di una videocassetta stregata: chi la vedeva riceveva una telefonata e, da quel momento, sapeva che non gli restavano che pochissimi giorni prima che una ragazza fantasma, col viso coperto da lunghissimi e gocciolanti capelli neri, venisse a ucciderli. La trama non aveva molto senso, ma spesso l’horror non ha bisogno di averne, se riesce a creare un’atmosfera – e “The Ring” ne aveva quantomeno abbastanza da farmi fare un po’ di salti sulla poltrona. Però l’argomento era e restava poco più di un pretesto abbastanza intercambiabile per una storia di fantasmi.

chatroomdasito.jpgIl caso di “Chatroom”, che ho visto l’altro ieri sera al festival di Cannes (dove partecipa alla sezione Un certain regard) è diverso. Anche se, a quanto ho capito, nè il regista nè lo sceneggiatore hanno grande esperienza di vita virtuale, la storia ha a che fare molto direttamente con certi meccanismi scatenati dalle modalità di interazione resi possibili da Internet – in particolare, visto che si tratta di un thriller, nella possibilità per persone senza troppi scrupoli morali di poter manipolare gli interlocutori psicologicamente più fragili, piegandoli alle loro fantasie di potere. Il protagonista è un certo William, giovane e problematico figlio di una scrittrice di successo (abbastanza palesemente ispirata alla Rowling) che passa il tempo nelle chat a caccia di vittime potenziali da poter schiacciare – portandoli, nei casi più riusciti, addirittura a un sucidio in diretta a beneficio della webcam.

chatroom_cast.jpgDico subito che a livello di indagine psicologica la sceneggiatura mi è parsa tutt’altro che sottile, ma quello che mi ha colpita del film è proprio il senso di quanto a volte sia facile manipolare gli altri attraverso una connessione remota. È un problema molto serio di responsabilità che mi sono posta molte volte, soprattutto da quando ho cominciato ad avere in mano le chiavi di alcune persone a cui tengo – e ancora di più dopo che la nascita del Winsconsin Correctional Facility mi ha cominciato a mettere spesso nelle condizioni di dover dirimere questioni di vario genere ma che, quasi sempre, avevano a che fare con le emozioni delle persone.

Nella vita reale cerco di essere molto cauta nel giudicare le persone – al punto forse che qualcuno mi rimprovera a volte di essere troppo propensa a giustificare tutti sempre e comunque, almeno finché la colpevolezza non sia proprio indiscutibile e dimostrata. Su Second Life tendo a giudicare con minore esitazione anche e soprattutto quando mi accorgo che qualcuno se lo aspetta – eppure ogni volta non posso fare a meno di pensarci bene non due, non tre ma, se possibile, dieci volte. Perché forse l’unica cosa che ho capito, dopo tanti mesi passati in-world, è quanto profondamente questo mondo tocchi le emozioni di chi lo vive in un certo modo – e ancora di più quando parliamo dell’ambiente in cui vivo la mia seconda vita, fra manette e corde, alla ricerca di quel’incredibile senso di sollievo dell’anima che la costrizione fisica produce in chi la subisce.

chatroom1.jpgCi tornerò prossimamente in un post rimasto in cantiere da molti mesi (suggerito da una puntata di un divertente serial inglese, “The Secret Diary of a Call Girl”) ma in un rapporto di bondage, anche se virtuale, la posizione di chi lega o tiene le chiavi è quella più delicata: una persona che ti concede di legarla si affida a te in modo assoluto, offrendoti le sue emozioni e rendendosi estremamente vulnerabile. Lo fa, con tutta evidenza, perché la sensazione la libera o la eccita, ma, forse, anche perché capisce che può fidarsi di te. Su Second Life tendiamo a vivere esperienze molto più estreme di quelle che oseremmo mai immaginare nella vita reale perché siamo tutte libere dal terrore del rischio fisico – di trovarci in balia, che so, di un serial killer, o di un sadico le cui fantasie possano rivelarsi molto al di là di quello che siamo disposte a sopportare. Qualsiasi cosa accada, possiamo sempre spegnere il computer e tornare al sicuro nella nostra vita di ogni giorno. Ma questo non vuole affatto dire che i rischi non ci siano, perché la suggestione del metaverso ci espone a una vulnerabilità psicologica enorme.

Chatroom066.jpgDi fatto, mentre siamo collegati su Second Life, viviamo simultaneamente in due mondi – quello reale, in cui siamo seduti da qualche parte con una tastiera e uno schermo davanti, e quello in cui ci proiettiamo. Qualcosa di simile a quello che accade in “Chatroom”, gran parte del quale si svolge in una stanza che rappresenta visivamente l’ambiente in cui i protagonisti di una chat si incontrano. E come Second Life quella stanza, forse inevitabilmente, è sempre più colorata, intensa e teatrale rispetto vita reale. È amplificata perché semplificata. È amplificata perché la sosteniamo con la nostra immaginazione personale. Ma la nostra capacità di reagire ad essa in modo equilibrato, quella è tutta da dimostrare.

Nakata_Chatroom.JPGMolti di noi avatar sanno bene cosa significa stare male per qualcosa che è successo su Second Life – dico stare male davvero, non riuscire a dormire in RL, aver voglia di piangere, o non riuscire a pensare ad altro. Il fatto che nessun serial killer sia in grado di risalire al nostro indiri zzo per strangolarci nel sonno non vuol dire che una persona abile con le parole e magari dotata di una personalità forte non sia in grado di toccarci, manipolarci e rigirarci come il proverbiale calzino.

Magari è proprio questo che cerchiamo, quando sbarchiamo su Second Life per cercare, magari senza confessarcelo, qualcuno in grado di dominarci? Beh, come dice una frase che ho sentito ripetere spesso, fai attenzione a quello che desideri perché potresti ottenerlo. E la manipolazione delle emozioni, a volte e per certe persone, può essere forte quanto quella fisica.

 

Cannes 2010: “Chatroom” di Hideo Nakataultima modifica: 2010-05-16T07:37:00+00:00da winthorpe
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